Intervista di Alma Mile con il prof. F. Altimari

 

Giornale SHEKULLI – TIRANA – 6 GENNAIO 2008

 

I CANTI MODERNI DI SEREMBE

 

 

 

  

L’opera del poeta risorgimentale arbëresh Giuseppe Serembe viene presentata oggi nel suo paese natale, S. Cosmo Albanese (Cosenza), in un volume dal titolo “Canti” con la traduzione di V. Belmonte, poeta e conoscitore della letteratura arbëreshe. Il Direttore della cattedra di Albanologia presso l’Università della Calabria, prof. Francesco Altimari, coordinatore della manifestazione, parla di questo nuovo apporto e dell’iniziativa della Cattedra di Albanologia per riportare all’attenzione del lettore albanese, arbëresh e italiano l’intera collana delle opere dei classici della letteratura arbëreshe. Tra questi il Serembe. Altimari anticipa che tra breve apparirà l’edizione critica dell’opera del Serembe contenente poesie in italiano e lettere del poeta ritrovate recentemente e mai pubblicate in precedenza. Tutto questo, a parere di Altimari, per pervenire a un Serembe più autentico. Il poeta nacque a San  Cosmo Albanese nel 1844 e morì a San Paolo del Brasile nel 1901. In vita pubblicò “Poesie italiane e Canti originali tradotti dall’albanese” (Cosenza 1883) e “Sonetti vari”  (Napoli 1991), mentre i “Vjershe” (una raccolta di 39 poesie in albanese) furono editi a Milano nel 1926 dal nipote Cosmo Serembe. Nel volume “Canti” sono comprese le creazioni albanesi risalenti a periodi diversi della sua vita. Nelle note critiche Belmonte si sofferma su queste, mettendo in risalto le manomissioni operate da Cosmo sui testi originali del poeta.

 

L’opera del poeta arbëresh Giuseppe Serembe vi vedrà riuniti domani in un convegno speciale. Che cosa potete dirci su questa iniziativa?

 

L’iniziativa è organizzata dal Comune di San Cosmo Albanese, paese natale del Serembe, e si collega con la presentazione di una moderna versione poetica in italiano della sua opera. Lo studioso che l’ha curata, Vincenzo Belmonte, è uno dei migliori conoscitori della nostra letteratura risorgimentale ed opera come  stretto collaboratore della Cattedra di Albanologia dell’Università della Calabria in una serie di progetti importanti per la valorizzazione della lingua e della cultura arbëreshe. Negli ultimi anni nella collana editoriale “I classici della letteratura arbëreshe”, che ho l’onore di dirigere presso la nota casa editrice italiana Rubbettino è apparsa l’edizione filologica finora più perfetta e più vicina al testo originale di Giulio Variboba “Vita della Beata Vergine Maria” a cura di V. Belmonte, che ha arricchito anche l’opera del Variboba con una traduzione italiana poeticamente molto pregevole. Anche nel quadro della pubblicazione dell’Opera Omnia di De Rada, di cui sono responsabile scientifico e di cui sono finora apparsi 6 dei 12 volumi previsti, il prof. Belmonte ha preparato l’edizione filologica moderna del poema “Skanderbeku i pafàn” in 5 libri, arricchendo anche quest’opera con una traduzione italiana molto buona.

 

Che cosa potete dirci dei “Canti” del Serembe?

 

Oltre al valore filologico queste opere di Vincenzo Belmonte, tra cui anche l’opera “Canti” di Giuseppe Serembe che sarà presentata domani (oggi) a San Cosmo Albanese, hanno un merito particolare. Per la prima volta questi tesori della nostra letteratura hanno a fronte non una traduzione letterale, ma un’opera artistica in una lingua diversa (l’italiano). Questo merito va collegato con la profonda competenza che Belmonte ha sia della tradizione linguistica e letteraria arbëreshe, sia delle letterature classiche e di quella italiana, sia della struttura della lingua poetica italiana. Questa combinazione di competenze consente a Vincenzo Belmonte di presentarci alcune delle figure centrali della nostra letteratura risorgimentale con un particolare gusto poetico, in quanto egli stesso è un apprezzato poeta, elemento che in questo caso non va sottovalutato.

 

Che cosa bisogna intendere con “un’opera artistica in una lingua diversa”?

 

Consentitemi di aprire qui una breve parentesi per sottolineare che quando un poeta traduce un altro poeta ciò non avviene per caso, in quanto egli va alla ricerca dei testi poetici che sente più vicini alla sua sensibilità. Il Serembe che viene fuori da questa nuova opera di Belmonte non è un Serembe “italianizzato”, perché qui avvertiano, seppure in una lingua diversa, straniera, quello che possiamo chiamare lo spirito serembiano, il ritmo dello spirito poetico del Serembe.  Questo è a mio parere un segno positivo che ci indica che il traduttore non ha in alcun modo tradito il modello, l’originale poetico. Al contrario. Ricordo qui ciò che diceva un noto pensatore e filosofo francese del Novecento, Walter Benjamin, relativamente alla pratica della traduzione letteraria. Benjamin sottolineò a ragione che in questo caso la voce dell’originale non deve essere affievolita o soffocata, ma deve risentirsi sotto il testo ricodificato, che, quantunque in una lingua diversa, deve mantenere una certa trasparenza ritmica. Ciò che egli chiama l’eco dell’originale. Ecco, l’eco dell’originale serembiano vive nella traduzione di Belmonte.

 

Possiamo attenderci nuove “scoperte” riguardo alle creazioni e al corpus letterario del Serembe?

 

Per il Serembe intendiano come Università di intraprendere quanto prima l’edizione critica di tutta l’opera poetica in lingua albanese. In passato abbiano avuto alcune altre pubblicazioni dell’opera serembiana, due con un approccio più filologico, a cura rispettivamente di Giuseppe Gradilone, direttore della Cattedra albanologica dell’Università di Roma, e di Vincenzo Belmonte, il quale si è soffermato su uno degli aspetti più diffcili di questa creatività letteraria, cioè gli interventi letterari e linguistici che essa subì a opera del nipote del poeta, Cosmo Serembe. Il problema primario è di stabilire dunque il “Serembe autentico”!  In questa direzione vanno raccolte, con le opere albanesi, anche quelle originali in italiano. In questo campo abbiano qualcosa di nuovo, perché abbiamo trovato recentemente alcune poesie in italiano e anche lettere inedite che entreranno nel corpus delle opere serembiane che arricchirà la collana dei nostri classici. Una delle proposte che domani presenterò a San Cosmo Albanese sarà proprio la pubblicazione del corpus serembiano, arricchito di un CD-ROM con la concordanza elettronica del lessico poetico dell’autore. Sarei molto lieto se la proposta della nostra cattedra universitaria riscontrasse l’accettazione di V. Belmonte in veste di coautore e il sostegno del Comune di San Cosmo Albanese e la sponsorizzazione della Fondazione “G. De Rada”, che ha sede a San Cosmo Albanese e tra breve inizierà la sua attività scientifica, con un’altra fondazione che abbiamo appena creato nell’Università, la Fondazione Francesco Solano”.

 

Avete detto che state lavorando ampiamente per la pubblicazione dei classici arbëreshë. Che cosa vi ha spinto a intraprendere questa iniziativa e a ritornare ancora una volta a questi autori?

 

La pubblicazione degli autori della nostra tradizione letteraria nei “Classici” ha anche il fine di avvicinare questi autori alle nuove generazioni e al più ampio pubblico arbëresh, albanese e italiano, perché questi valori vanno conosciuti nella loro autenticità e in lingua originale, senza quelle distorsioni – in Albania spessissimo chiamate con un eufemismo shqipërime (adattamenti in lingua standard) – che purtroppo hanno subito in alcune pubblicazione da voi ma anche qui (nel caso nostro per mancanza di idonea competenza filologica in studiosi locali). In tal modo con un testo originale che rispetta i poeti e con una traduzione letteraria – con quella del Serembe offertaci da Belmonte con questa pubblicazione – che accosta i nostri poeti a un’altra gloriosa tradizione letteraria, quella italiana, i nostri classici saranno proposti come paradigmi letterari, importanti non solo per il mondo arbëresh e albanese, ma anche per quello italiano e per l’Europa, come è avvenuti nel nostro Risorgimento (Rilindja).  Non bisogna dimenticare che nell’Ottocento, grazie a questo intuito dei nostri grandi scrittori, primo fra tutti il De Rada, che hanno adottato sistematicamente il metodo dell’autotraduzione letteraria in italiano, le opere letterarie della Rilindja arbëreshe hanno conosciuto una così grande diffusione e un pubblico tanto più vasto della stretta cerchia di intellettuali albanofoni dell’epoca. Anche grazie a questo importante intuizione – abbiamo qui la rara proposta di una piccola comunità espressa in forma bilingue! – la questione albanese venne propagandata e fatta conoscere nei circoli intellettuali e politici europei. E questo è stato decisivo per l’affermazione dell’idea dell’indipendenza dell’Albania. Oggi, ci troviamo naturalmente in una situazione storica e letteraria diversa; viviamo nel nuovo contesto europeo dove la nostra letteratura – arbëreshe e albanese -  con i forti e autentici messaggi che trasmette merita di essere conosciuta al meglio dentro e fuori il mondo albanese anche da un uditorio di lettori che non parlino l’arbëresh o l’albanese. Perciò si richiedono nuove forze di intellettuali, preparati sotto l’aspetto filologico, linguistico e letterario, che sappiano farla conoscere, anche per mezzo di traduzioni. Questo lavoro, svolto parzialmente già in passato – ricordiamo qui alcune magistrali traduzioni letterarie di E. Koliqi, Francesco Solano e Antonino Gazzetta, ma anche alcune traduzioni recenti di Elio Miracco e Vincenzo Belmonte – resta una delle principali priorità dell’impegno futuro delle nostre cattedre albanologiche in Italia, come tradizionale ponte interculturale tra il mondo arbëresh, il mondo italiano e quello albanese.