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Cenni Storici
Nel territorio dell’attuale comune di S. Cosmo
preesisteva alla venuta degli albanesi un minuscolo agglomerato rurale
(Santo Cosma) prima dipendente dal monastero basiliano dei SS. Cosma e
Damiano (ubicato nel sito dell’attuale Santuario) e poi aggregato con
esso nel XII secolo al monastero di S. Adriano (I. Mazziotti,
Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo, Castrovillari
2004, p. 89)
La prima menzione del monastero basiliano dei SS. Cosma e
Damiano (secondo il Rodotà si sarebbe trattato, almeno per un certo
periodo, di un monastero femminile) si ha in una bolla di papa Urbano II
che nel 1088 lo pone, con il monastero di S. Adriano, sotto la
giurisdizione di Pietro III, abate benedettino di Cava dei Tirreni: Tibi
igitur tuisque successoribus confirmamus in Calabria, in territorio
Sancti Mauri, Monasterium Sancti Hadriani cum cellis suis; Monasterium
Sanctorum Cosmae et Damiani….Vent’anni dopo esso dipendeva dalla badia
di S. Adriano.
Profughi pervenuti nella Sibaritide nel 1470 diedero origine alle
comunità albanesi di S. Demetrio, Macchia dell’Orto e S. Cosmo. Il 3
novembre 1471 fu redatto l’atto
notarile delle capitolazioni tra l’Abate di S. Adriano e gli
albanesi delle tre comunità, le cui vicende per secoli scorreranno
parallele. Un’antica tradizione, convalidata anche dalle fonti documentarie,
sostiene che per alcuni decenni gli abitanti di S. Cosmo abbiano
convissuto con quelli di Vaccarizzo per poi emigrare nei pressi del
Santuario. Si tratta evidentemente di un gruppo di albanesi che si
aggiunse agli altri ivi già insediatisi, a cui si fa riferimento nelle
capitolazione del 1471. Simili trasferimenti erano frequenti perché gli
albanesi, in caso di soprusi o di altri gravi problemi, non esitavano a
dar fuoco alle misere capanne in cui inizialmente vivevano. Un
controesodo (sempre parziale) da S. Cosmo a Vaccarizzo si sarebbe
verificato agli inizi del 600 per contrasti con l’abate commendatario
Indaco Siscar.
Nella numerazione dei fuochi del 1543 S. Cosmo risulta
composto da 53 fuochi e 186 abitanti (superiore a S. Demetrio centro: 51
fuochi e 168 abitanti, mentre Vaccarizzo conta ben 93 fuochi e 305
abitanti). Questi i cognomi registrati: Belluscia, Brescia, Buscia,
Cartaro, Dramisi, Macrì, Minisci, Mosacchio, Pillora, Strigali, e il
prevalente Tocci. Il prete si chiama Lazzaro Staura.
Grazie al duro lavoro di generazioni le terre un tempo
incolte e quasi disabitate della Badia furono trasformate. Le colture,
l’allevamento del bestiame e la regolazione dei corsi d’acqua mutarono
radicalmente il paesaggio.
L’Abate di S. Adriano deteneva la giurisdizione civile e
mista e riceveva numerosi tributi. Al barone laico era riservata la
giurisdizione criminale e l’esazione di tributi supplementari.
I primi baroni laici furono i Sanseverino, principi di Bisignano e
baroni d’Acri. Ad essi seguirono Bernardino Milizia (1597), la famiglia
Castriota (1638), di nuovo i Sanseverino (1732) e, infine, i Campagna di
Tarsia (dal 1746 al 1806). Frequenti le contese tra abati e baroni. A
farne le spese erano gli albanesi, sottoposti di fatto a un doppio giogo
e costretti a reagire talora con la violenza, specialmente dopo che,
agli inizi del sec. XVII, le pretese dei feudatari divennero sempre più
esose.
La classe privilegiata era quella del clero (quasi sempre
uxorato). Da un
documento del 1732 si evince che i presunti nobili coronei godevano
di esenzioni fiscali. Nel corso dei secoli si formò una piccola borghesia rurale (i bonatenenti) proprietaria di terreni, mulini, fornaci, frantoi, e
conseguentemente datrice di lavoro alla classe dei braccianti. Non
mancavano i coloni e gli artigiani, questi ultimi non di rado calabresi
immigrati da Acri o dai casali cosentini.
Dal
catasto onciario
del 1754 risultano una decina di nobili
(bulerë), tra cui tre sacerdoti, quarantatré massari, tredici pastori,
nove artigiani, un chierico, un cieco, un soldato di campagna. Le case
erano spesso costituite da una sola stanza. Infatti nella parlata locale
shpi indica tanto la casa che la stanza.
Questi, all’epoca, i luoghi pii del paese: il Pio Monte
dei SS. Cosma e Damiano e cinque Cappelle (dei santi domenicani Vincenzo
Ferreri e Rosa da Lima, del Purgatorio, del S. Rosario, di S. Antonio,
di S. Pietro).
Le colture più diffuse erano quelle dell’ulivo, della
vite e del gelso.
Con la legge del 19 gennaio 1807 S. Cosmo diventa
Università e con il regio decreto del 4 maggio 1811 Comune.
Le idee progressiste trovarono un attivo sostenitore in
Alessandro Mauro, ricchissimo proprietario terriero, che non
esitò a guidare i contadini all’occupazione delle terre comunali,
preludendo al
moto del 1950. Con lui prese parte alla rivoluzione del 1848 un
gruppo di più di 30 sancosmitani. Altri volontari seguirono Garibaldi
nell’impresa dei Mille. Nel Plebiscito del 21 ottobre 1860 su un
totale di 148 votanti si contarono 144 sì e nessun voto contrario. Primo
sindaco di nomina governativa (1861) fù Vinacci senior.
Le vicende
successive scorrono analoghe a quelle di tanti paesini del Sud, svuotati
dall’emigrazione e costretti a una strenua lotta quotidiana per la
sopravvivenza. |